martedì, 11 dicembre 2007

FONTE: nomortilavoro.noblogs.orgmorto_lavoro





IL LAVORO UCCIDE !

  Le vittime del lavoro nel mondo sono più numerose di quelle causate dalle guerre, dall’Aids o da qualsiasi altra epidemia, e crescono di anno in anno.

Nel Mondo: in un anno muoiono sul lavoro 2.400.000 persone; 274 in una sola ora, 4 per ogni minuto che passa

In Europa: ogni 5 secondi c’è un incidente sul lavoro che provoca 15 morti al giorno e 300.000 invalidi all’anno

In Italia si contano ogni giorno dai 3 ai 4 morti sul lavoro. Nei cantieri, nelle fabbriche, o sulle strade che li portano al lavoro, uomini e donne di ogni età muoiono schiacciati da una pressa o dal crollo di una impalcatura, bruciati in un incendio o sepolti nelle lamiere di un auto.


MA NON E’ UNA TRAGICA FATALITA’

Perché gli ambienti di lavoro sono fatti a misura della produzione, non di chi produce e ai padroni costa meno un operaio morto che un macchinario nuovo.

Perché la piaga della mobilità, degli straordinari e dei doppi turni ha fatto aumentare lo stress e la fatica, e con essa i rischi per i lavoratori, che ricevono in cambio una paga misera e incerta.

Perché il lavoro è diventato una trincea dove chi resta fuori combatte contro la disperazione, e chi sta dentro rischia di crepare per il salario della paura.


E’ ORA DI CAMBIARE, E’ TEMPO DI LOTTARE

Perché il lavoro non è un modo di vivere, ma la costrizione a vendersi per vivere.

Ed è lottando contro questa vendita forzata di se stessi che gli operai, i precari e tutti gli sfruttati si scontrano con le regole che governano questa società.

E’ lottando per lavorare meno, per non venire più uccisi dal lavoro che si combattono gli infortuni e la nocività.

Perché nocivo è alzarsi tutte le mattine per andare a lavorare, nocivo è seguire i ritmi della produzione o essere condannati ad un lavoro precario; nocivo è andarsene a casa con un salario che ti costringe il giorno dopo a tornare al lavoro.


Campagna di informazione e mobilitazione contro gli infortuni sul lavoro

postato da: lavoratoricos alle ore 13:50 | Permalink |
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martedì, 20 novembre 2007
Ultimi splendori dal meraviglioso mondo almaviva .
Sentite questa images 2:
 

Cari colleghi, mentre siamo impegnati nelle battaglie per aver
finalmente riconosciuto il 4° livello ed il premio di risultato,
l'azienda ha pensato bene di anticipare le mosse.

Ha infatti offerto, (per mezzo di un responsabile TIM) una cena
a base
di pesce a 16 risorse nel noto ristorante "Meo Pinelli", per
una spesa
complessiva pari ad euro 1000,00.

La motivazione di tale prebenda è nel fatto che il team, ha raggiunto
gli obiettivi prefissati nella lavorazione di numerose pratiche.

Troviamo tutto ciò inammissibile ed iniquo, rispetto ai restanti
colleghi che col loro stipendio, non possono permettersi nemmeno....una
pizza!!

Come dargli torto??




postato da: lavoratoricos alle ore 13:56 | Permalink |
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domenica, 18 novembre 2007
nubi allRicapitolando quello che è avvenuto e sta avvenendo in questi ultimi tempi in atesia,non possiamo che partire dallo sciopero del 5 novembre proclamato dai confederali che ha visto un'alta adesione di molti lavoratori soprattutto dei neo assunti.Questo sciopero non ha visto l'adesione dei cobas per vari motivi che andiamo ad elencare.
1. Nessuno ha tentato di decidere o perlomeno "discutere" assieme ai lavoratori circa questo sciopero, le sue motivazioni ,le sue modalità ecc.
2.Da settembre, più o meno, si conosceva la data dello Sciopero generale del 9 novembre  contro la finanziaria e il disegno di legge che recepisce gli accordi del luglio scorso di pensioni e welfare e allora ecco che cgil,cisl e uil hanno ritenuto opportuno convocarne un altro il lunedi della medesima settimana;operazione questa che è avvenuta strategicamente anche in altri comparti lavorativi.Questa pantomima possiamo chiamarla anche "boicottaggio" soprattutto nel momento in cui tutte o quasi le rsu dei confederali avevano manifestato la loro contrarietà a questo accordo di luglio (ma voi ci credete??), quando poi arrivati al dunque non se la sentono nemmeno di "starnutire"contro questo vergognoso accordo frutto delle menti dei loro "capetti".Per inciso lo sciopero generale del 9 novembre ha visto una chiara minore adesione del precedente anche se in alcuni piani dell'azienda varie persone hanno aderito mostrando coerenza con i risultati del voto sul referendum, che, è bene ricordare, ha visto prevalere i NO.
3.Come possiamo scioperare sui punti focali individuati dai confederali se poi alla fine, guardando bene, altro non sono che tutte le criticità espresse sia al momento dell'approvazione dell'accordo sui livelli sia per il già citato protocollo sul welfare sia per il rinnovo del biennio economico.
In parole povere dov'è la coerenza di questi sindacati "istituzionali" che prima concedono regalie alla confindustria come l'estensione delle clausole elastiche e flessibili da applicare a tutti i c.c.n.l. e poi scioperano per il mancato rispetto delle macrofasce come da accordi( e molto c'è da indagare sulla consistenza effettiva di punti come questo nell'accordo..).Come non evidenziare la schizofrenia di cgil,cisl e uil che prima approvano la decontribuzione degli straordinari e poi chiedono l'estensione dei turni lavorativi da 4 a 6 ore:una contraddizione in termini !.
Moltri altri punti andrebbero elencati per chiarire la nostra distanza dallo sciopero del 5 novembre come anche far rientrare nei livelli tutti i neossunti( proprio i neoassunti che qualche mese fa hanno visto la loro totale esclusione dall'accordo sul livello ed oggi scioperano in massa..mah..), ma giova ricordare solamente che a parte uno scarno comunicato affisso, nulla si è più saputo sul dopo sciopero.
Avremmo pensato ad una campagna d'autunno veramente calda(scherziamo..)vista l'alta adesione allo sciopero, pensavamo di vedere una serie di iniziative che avrebbero dato seguito al 5.Invece nulla.Tutto ciò secondo noi si spiega con il fatto che se da un lato i confederali non hanno costruito questo sciopero, ma lo hanno semplicemente imposto per ordini dall'alto e per secondi fini, dall'altro si sono ritrovati in mano una "patata bollente" che evidentemente non sanno gestire al di fuori dei loro mediocri accordi di categoria.Come dire" ABBIAMO FATTO FIN TROPPO NON FACCIAMO DAVVERO ARRABBIARE L'AZIENDA!!"
Tutto ciò si inserisce in un quadro davvero fosco circa il futuro di quest'azienda che da una parte reprime i neostabilizzati e dall'altro "gioca" pesantemente con i turni di lavoro dei vecchi dipendenti.Un azienda che non ha veri referenti con cui confrontarsi e che pare andare sempre di più per la sua strada come uno schiacciasassi.
Segnaliamo, per curiosità, che il venerdi antecedente lo sciopero e lunedi 5 giorno dello sciopero, il servizio INPDAP è STATO SOSPESO e quando in presenza di agitazioni è la stessa azienda che interrompe il servizio, invitando i lavoratori ad andare in ferie, evidentemente non teme più di tanto le azioni sindacali di cgil, cisl e uil..
Noi riteniamo centrale nella rivendicazione dei lavoratori IL SUPERAMENTO DELLA VERA CONDIZIONE DI PRECARIETA' DI TUTTI I DIPENDENTI COSIDDETTI STABILIZZATI VECCHI E NUOVI CHE CAMPANO CON UNA MISERIA MENSILE E CHE SONO SOGGETTI SEMPRE PIU' A TURNAZIONI FOLLI, di tutti quelli che non riescono veramente a gestire più la propria vita a causa di un lavoro retribuito da schifo e in più assoggettati a criteri di lavoro degni delle più "soft"  e migliori tecniche di sfruttamento sin qui concepite.
Su tutto questo si affacciano le elezioni RSU di atesia che si terrano il più presto e questo si che sarà veramente terreno di conquista ..sindacale !
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domenica, 21 ottobre 2007

Il Ken Loach italiano si chiama Ascanio Celestini anche se non è proprio un regista. E’ un moderno cantastorie, autore, affabulatore, attore impegnato in meritorie orazioni civili. Diventa regista cinematografico esordendo con un documentario-denuncia presentato domani, venerdì 19 alle ore 21.30, alla Festa del Cinema di Roma. S’intitola ‘Parole sante’ e parla di precariato e della madre di tutte le leggi che vogliono incatenare i giovani a un’esistenza precaria: la legge 30 ispirata da Marco Biagi. Legge tanto difesa dai Capezzone e Casini ma anche dalla Cisl formato Pezzotta o Bonanni e da uno schieramento

trasversalissimo che appassiona capitalisti di partiti vecchi e nuovi. Uomini dal sorriso bonario e dai peli sul cuore mica mostri, no. Gente che sta facendo retrocedere il mondo del lavoro a uno schiavismo di fatto e con la parola magica della flessibilità lo riporta all’Ottocento dickensiano.

Accade nei Call Center dell’Atesia di cui la pellicola narra le vicende attraverso i volti di protagonisti senza

volto, le voci telefoniche che usano nomi preconfezionati e rispondono ‘‘Buongiorno, sono Marta come posso aiutarla?’’ Sono i ragazzi da 500 euro mensili, niente ferie, nessuna tutela per malattie, senza progressione di carriera e con la possibilità concreta di essere dismessi. In gergo l’Azienda li definisce ‘‘sottoposti a regime di non rinnovo contrattuale’’ e questo linguaggio truffaldino, studiato da appositi servizi di Comunicazione, vuol dire licenziamento. A chi va di lusso resta lì a lungo, magari anni, in modo da diventare uno dei ragazzi di 30, 35, 40 anni di cui si parla solo in Italia, impossibilitati a emanciparsi. Castrati. Schiavi a vita, senza neppure la possibilità di diventare liberti.

Ci vuole l’aggraziata ironia di Celestini per trattare con tocco leggero ma pregnante un dramma del lavoro che il mondo sedicente civile, sindacati in testa, considera normale. Le vite impedite dalla legge Biagi sono milioni, vite giovani e meno giovani, perché serve la faccia tosta degli uomini della Confindustria a definire giovane chi ha ormai superato i cinque lustri e congelarlo per due decenni col lavoro precario. Ci vogliono politici perversi - di Destra o di Sinistra – per sostenere una legge che deregolarizza il lavoro al punto di creare soggetti senza tutele né dignità, assolutamente privi di futuro. Celestini lo fa narrare ai protagonisti. Quelli che hanno aperto una vertenza contro Atesia-Almaviva, i quattromila di Cinecittà - niente a che fare col mito di Fellini - insaccati in una delle scatole di vetro che forniscono servizi a basso costo di manodopera nell’hinterland urbano.

Le tesi delle loro strutture autorganizzate hanno ottenuto l’avallo totale dell’Ispettorato del lavoro che da un anno ha imposto all’Azienda l’assunzione a tempo indeterminato dei precari, il rimborso di mancati arretrati, il pagamento di contributi. Eppure tutto si è fermato. Ci si è messa di traverso la politica, quella dei Casini e Capezzone e Brunetta e Alemanno ma anche dei Bersani e Rutelli. Tutti a favore della legge 30, tutti contro i precari cui ‘Parole sante’ dà voce. E’ anche grazie a questa legge che il domani dei giovani italiani s’affossa.. Perché li si assume precariamente a 500 euro al mese, li si dismette poi se va bene li si riassume sempre con lo stesso salario mentre il tempo e la vita scorrono. Sulla loro pelle. Uno sfruttamento legalizzato che non ha pari nell’occidente europeo e che ci colloca quale fanalino di coda della CEE, insieme al ‘‘trevirgolaottantasette’’ la percentuale italica di morte giornaliera sul lavoro. Di questo parlano certi attori e autori impegnati mentre a Montecitorio sono impegnati a far finta che la questione non esiste.







fonte: Enrico Campofreda, 18 ottobre 2007















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martedì, 09 ottobre 2007
VOLEMOSE BENE

Vi segnalo un articolo, per rimanere in tema di referendum sul protocollo del 23 luglio, di Carlo Bertani apparso su www.ilconsapevole.it

Per dovere d’informazione – della vera informazione, che oramai si trova soltanto sul Web – vorrei chiedere dove sono i tanto millantati seggi per votare sul referendum per il welfare.No, perché nella mia scuola (circa 60 dipendenti) e nell’azienda di mia moglie (altri 50 circa), nessuno ne sa nulla: telefono ad amici e conoscenti e mi raccontano le stesse storie. Si narra di seggi “itineranti”, di “grande consultazione”, ma il delegato sindacale della mia scuola (CGIL) non sa nemmeno dove sia il seggio più vicino.


Marco Rizzo ha dichiarato d’essere in possesso di prove che certificano brogli: controlli non eseguiti sui votanti, “bonzi” sindacali che viaggianodi seggio in seggio (beati loro che sanno dove sono) depositandola in ogni luogo. La scheda, ovviamente. Ovviamente, Rizzo è responsabile delle sue affermazioni, ma “dal basso” lo spettacolo che si vede sembra dargli ragione. E poi: quali sono le garanzie di questa consultazione? Chi certifica il numero dei votanti e lo spoglio? Gli stessi che hanno siglato l’accordo senza chiedere nulla – prima – ai lavoratori? La validità di una consultazione, deve essere confermata dalle Corti d’Appello: tutto il resto – le famose “primarie” del centro sinistra e questa scempiaggine dei sindacati confederali – è soltanto aria fritta.


Questa vicenda non è solo più un tormentone – uno dei tanti di questa fatiscente repubblica – bensì sta diventando la cloaca della democrazia italiana. A cominciare da quella notte di Luglio – fabbriche oramai chiuse, scuole in vacanza, tutti al mare – quando si riunirono alle tre di notte per decidere il nostro futuro: non per nulla, quando ne scrissi, intitolai il pezzo “Di notte, come i ladri”.Tutta la vicenda inizia con un vero e proprio attentato alla vita democratica del Paese, con una riunione ristretta, nella quale non era presente nessuno dei leader della sinistra italiana. Giordano e Diliberto sono doppiamente colpevoli, perché non basta – se sei parte di una coalizione – affermare che “non eri stato invitato”. La rivoluzione non è un ballo in maschera, ma ci puoi andare anche senza invito. Su quella loro colpevole assenza, si sorvola, al punto che il chierico Damiano rilancia: «Non si può non votare oggi un accordo che, a suo tempo, si è accettato». Peccato che “a suo tempo” – vale a dire nella notte delle beffe – nessuno dei ministri della sinistra era presente.


Poi avanzano i tre Re Magi, e Bonanni va ancora oltre: «La politica deve fare un passo indietro rispetto a ciò che è già stato deciso dalle “parti sociali”». Quando l’ho udito, mi sono dato i pizzicotti. Chi dovrebbe fare un passo indietro? Pur ammettendo che i nostri “dipendenti” non sono certo delle aquile, Bonanni non è nemmeno uno st… stornello. Chi mai l’ha eletto? Un comitato centrale di bonzi come lui, che per anni non hanno fatto altro che marinare il lavoro, godendo a piene mani dei permessi sindacali concessi a pioggia? Perché i sindacati di categoria e tutti gli altri sindacati – chiamiamoli “minori” – non hanno voce in capitolo? Vorremmo conoscere la vera consistenza numerica della UIL, perché – qui, “dal basso” – un sindacalista della UIL non lo vediamo da decenni. Eppure, siedono su scranni regali che nessuna legge della Repubblica concede loro.Le cosiddette “parti sociali” – signori miei – dalle mie parti si chiamano “corporazioni” ed erano lo strumento principe sul quale, in assenza di democrazia, si reggeva il Fascismo. Con quale faccia il signor Bonanni si permette di siglare accordi, e poi pretende che i rappresentanti democraticamente (si fa per dire…) eletti si facciano da parte?


Ora, chi scrive non è così ingenuo da credere alla favola di Biancaneve – ossia che il giochetto non piaccia tanto anche ai nostri “dipendenti” in Parlamento – però la democrazia ha altre regole.Le leggi, in uno stato democratico, le fanno i Parlamenti. Se le decidono i tre Re Magi, il Lucherino della FIAT ed i banchieri gentilmente rappresentati dal dott. Padoa Schioppa (manco lui eletto), significa che la democrazia in questo paese ha già chiuso i battenti. Di conseguenza, siamo autorizzati a rispondere con il canonico: “me ne frego!” (“Vaffa” nella versione Grillo).


Forse ci siamo persi qualcosa, ed allora è meglio rivedere come si è giunti a tanto. L’inganno è sottile perché, nonostante le evidenze – ossia che siano stati al potere per cinque anni gli iscritti ad una loggia segreta, che oggi a tirare le redini siano gli uomini delle grandi banche d’affari, che le due parti siano in combutta (al punto che il “giacobino” Violante dichiarò in Parlamento che “c’era un accordo per non fare una legge sul conflitto d’interessi”) e che le leggi, oramai, le fa soltanto chi viene invitato a Palazzo Venez… pardon, Chigi – crediamo ancora di vivere in una democrazia. Lo so che, a mente fredda, riconosciamo che così non è ma, il semplice fatto di non dover bere l’olio di ricino (o finire nel gulag), ci fa credere di vivere in democrazia. Come hanno fatto a turlupinarci in questo modo? Ci può venire in aiuto una testimonianza poco conosciuta ma importante, quella di una persona che ha iniziato a parlare di “democratura”. Il neologismo è stato coniato dallo scrittore croato Predrag Matvejevic, per descrivere l’abortita transizione delle repubbliche ex jugoslave verso la democrazia, ma ben si adatta per descrivere molti aspetti della nostra vita politica e culturale:


“Non si tratta più di una semplice crisi culturale, ma di ben altro: di una crisi di credito nella cultura. Il ritorno al passato è soltanto una chimera, il ritorno del passato è una vera sciagura. Riprendere le forme più primitive del capitalismo – che lo stesso capitalismo contemporaneo ha abbandonato – non può sostenere nessun tipo di ricostruzione né incoraggiare rinnovamenti di sorta. L’idolatria dell’economia di mercato dà scarsi risultati laddove manca lo stesso mercato, vuol dire la mercanzia! I risultati della democrazia borghese, che quelle «democrature» cercano di fare propri, non possiedono, nemmeno essi, valori universali. Le conoscenze in materia di riformatori occasionali sono spesso limitate.” (Predrag Matvejevic, Dal comunismo allo sfascio: una transizione fallita, La Repubblica, 2 giugno 1999.)


Chissà perché, quando leggo “riformatori occasionali”, mi vengono in mente i Di Pietro che vorrebbero rifondare l’Italia e i Calderoli che desidererebbero scrivere Costituzioni. Matvejevic scrisse queste parole pensando, ovviamente, al disastro della sua gente, ma stiamo tutti procedendo – senza coscienza di compiere la transizione – verso scenari simil-balcanici: basta sostituire ai vetero-nazionalismi di quelle aree la nostra vetusta e noiosa cultura di regime, quel compendio di deindustrializzazione, di vertiginoso calo demografico e di riduzione dei redditi e dello stato sociale al quale stiamo assistendo. Con la legge 30 – non la chiamo Biagi, perché non era questo l’impianto pensato da Biagi: ciascuno prese ciò che gli conveniva, compiendo semplicemente qualche “copia e incolla” qui e là, dove comodava – stiamo tornando a forme involute di capitalismo. E, guarda a caso, anche qui la “mercanzia” non abbonda: non è forse vero che la gente non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese? La “crisi di credito” in una cultura è quella che i giovani che lavorano a progetto per 500-1000 euro il mese ben conoscono: in quale “cultura” devono ancora credere? In quella che – a fronte dell’opulenza di una ristretta elite – nega loro i fondamenti della vita: la possibilità d’avere una casa, di sposarsi, d’avere dei figli e guardare con speranza al futuro? Quale speranza puoi avere se ti vengono negati i diritti più elementari? Non ci sono risorse? Falso.


Il grande problema del lavoro è che si continuano ad ignorare gli incrementi di produttività del sistema: ogni anno, l’occupazione delle grandi imprese diminuisce dell’1% circa. Si dovrebbero produrre meno beni: falso! Se ne producono di più! L’incremento di produttività non viene considerato, ed esso segue lo stesso trend dell’occupazione, ma in positivo: in altre parole, più scendono gli occupati, più aumenta la produzione, perché oggi a produrre beni sono principalmente le macchine, non le mani dell’uomo. Mentre un tempo, con le vere lotte sindacali, i lavoratori contrattavano quell’aumento di produttività, oggi – nel capitalismo che torna indietro, verso il liberismo sfrenato – i possessori di capitali ritengono che quei denari siano loro e basta.


Per sostenere questa tesi, servono abbondanti chierici e cantori: ecco la Casta dei tre Re Magi, del chierico Veltroni, del cardinal Prodi, del caporal Giordano. Dall’altra, nani e ballerine: il “venditore di minestre” (L’epiteto fu affibbiato a Berlusconi – “vendeur de soupe” – da Chirac, quando gli negò l’accesso ai media francesi, la nota vicenda della abortita “Le Cinq”).Berlusconi, penosi tirapiedi come Bondi, mefistofelici azzeccagarbugli come Buttiglione, fegatosi spazzini di sacrestie come Casini, che trombano sull’indissolubilità della famiglia e poi frantumano la propria. La dinamica, quindi, non può essere che quella degli accordi truccati, e non basta conoscere la truffa che compiono sulla moneta – il signoraggio è solo una parte del problema – perché il grande problema da risolvere è tornare dalla democratura alla democrazia.


Nella vera democrazia, le leggi si discutono nell’agorà – non alle tre di notte – e non si intima a nessuno di “fare un passo indietro”. Fallo tu, Bonanni: nessuno ti rimpiangerà.


Carlo Bertani href="mailto:articoli@carlobertani.it">articoli@carlobertani.it 
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lunedì, 08 ottobre 2007



Primo piano














04/10/2007 - Commento di AlmavivA sulla gara del Gruppo FS




COMUNICATO STAMPA


“La nostra prima reazione di fronte all’ufficializzazione dell’avvenuta aggiudicazione della gara per l’affidamento dei servizi IT del Gruppo FS in favore di Sirti è, senza dubbio, di stupore.

AlmavivA eroga da circa dieci anni le attività messe a gara  in favore del Gruppo FS, con piena soddisfazione del cliente. Ciò nonostante, l’offerta tecnica presentata da AlmavivA ha ottenuto ben tredici punti in meno – su 35 totali – rispetto a quella formulata dall’aggiudicataria. E ciò ha consentito a quest’ultima di colmare lo svantaggio registrato sul versante dell’offerta economica (circostanze delle quali AlmavivA è venuta a conoscenza solo oggi, non essendo stata invitata a presenziare all’apertura dei relativi plichi).

Svolgeremo, dunque, ogni opportuno approfondimento al riguardo.”


Roma, 4 ottobre 2007


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mercoledì, 03 ottobre 2007
Sosteniamo la lotta dei lavoratori Vodafone contro le esternalizzazioni e la precarietà

Le lavoratrici e ai lavoratori di Vodafone, venerdì 5 ottobre sciopereranno l'intera giornata per protestare contro la cessione delle attività di supporto al cliente alla società COMDATA, o sue controllate, attraverso la quale i vertici aziendali intendono realizzare l'espulsione di 914 dipendenti.

Negli ultimi anni la “cessione di ramo” è stata utilizzata da tutte le aziende delle TLC (Telecom Italia, Wind, H3G, etc.) per ridurre/precarizzare il proprio personale.I vertici Vodafone e delle altre imprese del settore, non contenti dei bassi salari e della estrema flessibilità previsti nel CCNL delle telecomunicazioni, con il lavoro dato in appalto vogliono drasticamente peggiorare le condizioni di vita di lavoratrici e lavoratori per far lievitare i già alti profitti di azionisti e dirigenti aziendali.

Contro questi licenziamenti mascherati da “cessione di ramo” dobbiamo mobilitarci tutti/e e realizzare al più presto lo sciopero dell'intero settore.

Basta con le esternalizzazioni e la precarietà

Dobbiamo pretendere il ritiro immediato della cessione di ramo di azienda avviato da Vodafone e l'approvazione in Parlamento, in tempi stretti, dei progetti di legge di modifica dell'art. 2112 c.c. sulle “cessioni di ramo di azienda”.

Invitiamo tutte e tutti a sostenere, incondizionatamente, le iniziative di lotta dei lavoratori e lavoratrici Vodafone.

Venerdì 5 ottobre Manifestazione a Roma

dalle ore 10,30 P. SS. Apostoli - dalle ore 13.00 P. Montecitorio

Cobas Vodafone, Cobas Telecom Italia, Cobas TCC, Cobas inWind, Cobas H3G, Cobas Almaviva C.- Atesia, Cobas ITS

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